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venerdì 20 novembre 2009

UZEDA

Il gruppo nasce nel 1987, e dopo vari concerti in tutta Italia, firma il primo contratto discografico con l'etichetta romana A.V. arts; con questa registrerà due album: "Out of Colours" del 1989 e "Waters" del 1993. Proprio in questo ultimo lavoro, e specialmente nell'ultimo brano "Big shades and tides", si nota un mutamento del sound adesso indirizzato verso il noise rock. In questi anni, gli Uzeda incontrano il chitarrista degli Shellac, Steve Albini, che produrrà il secondo album della band.
Nell'autunno del 1994, la band firma un nuovo contratto discografico per la casa discografica Strange fruit. In quello stesso anno, gli Uzeda registrano le Peel sessions negli studi di Londra della BBC, nel programma di John Peel; il gruppo è l'unica band italiana, insieme alla Premiata Forneria Marconi, a partecipare al programma. Il disco avrebbe dovuto essere costituito inizialmente da sette tracce, ma in realtà se ne contano in totale sei.
Nel 1995 Giovanni Nicosia lascia il gruppo, e gli Uzeda firmano un nuovo contratto discografico per la Touch and go/Quarterstick Records. Viene pubblicato nello stesso anno "4", il cui titolo è alquanto emblematico; il gruppo è formato adesso da quattro componenti, l'album è il quarto lavoro ed è formato da quattro tracce. Tre anni dopo, nel 1998, esce un nuovo lavoro intitolato "Different Section Wires", dalle sonorità più decise e scarne. Dopo il tour di "Different Section Wires", il gruppo prenderà una pausa che durerà ben otto anni.
Agostino Tilotta, insieme a Damon Che - batterista dei Don Caballero - e a Giovanna Cacciola, continuano la loro attività musicale formando i Bellini, pubblicando due album intitolati "Snowing Sun" del 2002 e "Small Stones" del 2005.
Davide Oliveri e Raffaele Gulisano compongono insieme a Gianna Nannini l'album "Aria" e le musiche per il cartone animato "Momo alla conquista del tempo" di Enzo D'Alò, regista del più famoso "La gabbianella e il gatto".
Dopo la lunga pausa, gli Uzeda tornano sulle scene pubblicando il 12 settembre 2006 il loro sesto lavoro, chiamato "Stella", sempre su etichetta Touch and go/Quarterstick Records.
Nel 2007 Giovanna Cacciola partecipa all'EP dei giapponesi Mono "The Phoenix Tree" come voce recitante nella traccia "Black Rain".


Discografia:

Albums
1989 - Out of colours
1993 - Waters
1994 - The Peel sessions
1998 - Different section wires
2006 - Stella

EP
1995 - 4

giovedì 19 novembre 2009

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI


Il chitarrista e fumettista Davide Toffolo iniziò a suonare alla fine degli anni settanta, quando Pordenone, più che altro per la sua vicinanza alla base militare statunitense di Aviano, divenne una delle città più rilevanti per il punk rock italiano. Questo grazie ad un movimento di giovani musicisti pordenonesi chiamato Great Complotto, dal quale usciranno una miriade di piccoli gruppi punk rock e new wave che però avranno quasi tutti breve vita. Tra questi anche i Futuritmi (1983-1990), nella cui formazione, oltre a Toffolo, militava anche Gian Maria Accusani, leader dei Prozac+. I Tre allegri ragazzi morti nacquero, in questo clima particolarmente attivo, per iniziativa di Toffolo e del batterista Luca Masseroni (in arte Luca Casta), ai quali si unirà, per il terzo EP ("Si parte"), il bassista Enrico Molteni. Dopo la pubblicazione di tre singoli, perlopiù ignorati dalla critica, uscì il primo LP del gruppo, "Piccolo intervento a vivo", un album che unisce al suo interno registrazioni live di canzoni già presenti nelle precedenti pubblicazioni, e tracce in studio inedite. L'album richiamò l'attenzione di alcune case editrici, tra cui la BMG Ricordi, che mise la band sotto contratto per il successivo LP, "Mostri e normali". Il sodalizio con l'etichetta durò molto poco, poiché subito dopo i TARM aprirono una loro etichetta personale, La Tempesta, con la quale pubblicarono "Il principe in bicicletta", un EP scaricabile esclusivamente dal sito ufficiale, e i seguenti album in studio.
Nell'ottobre 2005 la band si reca in tour in Uruguay e Argentina, con altri gruppi friulani (Arbegarde, Kosovni Oopadki e Kraski Ovcarji). Nel 2008 la band compare durante un'esibizione in "Come Dio comanda" di Gabriele Salvatores, partecipando anche alla colonna sonora.
La band ha deciso di non donare la propria immagine ai media e di immaginarsi dentro la matita di Davide Toffolo, popolare disegnatore di fumetti, e di nascondersi inoltre dietro maschere/teschio divenute feticcio e simbolo dell'immaginario evocato dai testi e soprattutto dagli spettacoli live, al punto di pregare il pubblico di non scattare fotografie quando levandosele mostrano il viso. Per le poche interviste rilasciate a televisioni più o meno famose si coprono ancora il volto con la medesima maschera.
L'etichetta discografica La Tempesta attualmente pubblica i lavori dei TARM e quelli di altri artisti come Il Teatro degli Orrori, Giorgio Canali, Moltheni e Le luci della centrale elettrica.
A partire dal settembre del 2008, Davide Toffolo lancia sul mercato tre fumetti (pubblicati da Coconino Press) che contengono tutta la serie della sua invenzione più geniale: "Cinque Allegri Ragazzi Morti" (compreso il finale inedito della serie), ognuno dei quali contenente un CD della band di Pordenone. Il Primo CD è il best of dal 2000 al 2007, il secondo contiene delle rarità, il terzo invece "Mondo Naif" album d'esordio della band (1994).


Discografia:

Albums
1999 - Mostri e normali
2001 - La testa indipendente
2004 - Il sogno del gorilla bianco
2007 - La seconda rivoluzione sessuale

Live
1997 - Piccolo intervento a vivo

Singles, Demo and EPs
1994 - Mondo naif
1995 - Allegro pogo morto
1996 - Si parte
2001 - Il principe in bicicletta

Compilation
2002 - Le origini

SUBSONICA

I Subsonica sono nati nella realtà alternativa di Torino, quella dei centri sociali e dei Murazzi. E sono diventati in breve tempo una delle band italiane più promettenti. A un hip-hop di base abbinano una tendenza alla contaminazione con il rock e con una dance per certi versi vicina al trip-hop britannico stile Massive Attack.
I Subsonica si sono formati nel '96 all'ombra dei Murazzi del Po, un quartiere turbolento ma ad alta densità musicale, dove pullulano i locali notturni e i centri sociali. Su queste sponde ha transitato buona parte della musica italiana del dopo-posse. E qui, negli altoparlanti dei club, ogni sera risuona ethnic-music: dal reggae al crossover, dal raggamuffin all'hip hop. Contagiata dalla nuova musica elettronica e dalle sperimentazioni dub ascoltate nei centri sociali all'ombra della Mole, la band ha deciso di miscelarle con formule più convenzionalmente pop. Dai Murazzi, quindi, il grande passo dei Subsonica verso le platee di tutta Italia, anche grazie alla preziosa opera creativa di Casacci, che oltre ad essere il chitarrista del gruppo è anche uno tra i produttori italiani più in voga.
Ascoltano musica psichedelica dei Pink Floyd e quella elettronica dei Chemical Brothers. Oltre a guardare film di fantascienza. "Durante le trasferte in pullman ne approfittiamo anche per leggere, soprattutto libri di Gibson e Sterling - dice Max Casacci, chitarrista e ideologo dei Subsonica - ma vediamo anche molto cinema. Siamo influenzati da tutto l'immaginario fantascientifico da "Blade runner" a "Matrix" a "Ghost in the Shell", la cui colonna sonora è la sigla d'apertura del nostro live. Un'altra cosa che ci piace molto è la fantascienza italiana di serie B come per esempio "A come Andromeda" di Lucio Fulci.".
Ma i Subsonica ormai vanno oltre. Partecipano anche ai dibattiti sui nuovi linguaggi giovanili, come è avvenuto qualche tempo fa nella sede romana dell'enciclopedia Treccani. E non solo. Loro e altri cantautori italiani sono stati coinvolti nell'operazione di Oscar Mondadori che mira a pubblicare testi scritti dagli artisti della musica. "Ci piace mettere in luce alcuni aspetti della nostra città, Torino, far affiorare le relazioni che legano la musica al territorio, narrare storie tra fiction e cronaca, immaginando anche una colonna sonora adeguata". Un obiettivo che Samuel, la voce della band, Boosta, alle tastiere, Pierfunk, al basso, Ninja, alla batteria, e Max hanno già cercato di raggiungere in "Microchip emozionale". "L'album mette in evidenza le due anime del gruppo - spiega ancora Max - Da un lato vivendo a Torino c'è una realtà meccanica e tecnologica di cui la nostra musica risente molto. Accanto a questa esiste un elemento umanizzante quale è la melodia. La città, negli ultimi anni, con il tramonto dell'utopia industriale, ha saputo riscoprire la vita: per esempio sono stati aperti molti luoghi d'incontro".
La loro formula nasce da un compromesso tra il pop da classifica e la sperimentazione tipica di una band alternativa. Una miscela inusuale di pop, reggae, soul e dance. Ma i Subsonica non temono le critiche da parte del pubblico più intransigente: "Non abbiamo paura di andare al di la' della barricata - dicono - e pensiamo che dovrebbero farlo anche gli altri, pur ricordandosi di tornare sempre a casa.".
Sono arrivate così anche le collaborazioni con altri artisti. Nel '97 Antonella Ruggero li volle per registrare una nuova versione di "Per un'ora d'amore" per l'album "Registrazioni moderne", mentre in "Microchip emozionale" è presente il brano claustrofobico "Discolabirinto", scritto insieme a Morgan (Bluvertigo), alle prime luci dell'alba, dopo aver trascorso una folle nottata torinese. Il video realizzato per questo pezzo ha una particolarità: le due band, dando uno sguardo al mondo ovattato dei sordomuti, assicurano che si può ascoltare a "zerovolume".
Sanremo poteva diventare per i Subsonica un terreno scivoloso. Ma la band è molto soddisfatta dei risultati ottenuti all'ultimo Festival ("Ci ha potuto vedere gente che non era mai venuta ai nostri concerti"). E ad aumentare la soddisfazione, c'è anche l'exploit della loro attività su internet. Il loro sito web è stato creato da Ninja in persona, che ha così finalmente potuto sfruttare la sua laurea in ingegnere informatico. La band cerca di tenerlo aggiornato il più possibile. "Abbiamo privilegiato molto lo spazio dell'interattività con le persone che lo visitano - afferma l'ideatore - attraverso cose come la bacheca, la chat o l'e-mail". L'indirizzo è www.subsonica.it.
"Una Polaroid un pò livida di questi ultimi anni, di quanto accaduto nel 2001": così i Subsonica descrivono invece "Amorematico", il loro terzo album. L'enigmatico titolo, inventato dal cantante Samuel, è la crasi dei termini amore, automatico ed ematico. Dopo il disco di platino di "Microchip Emozionale" e la partecipazione all' edizione 2000 del Festival di Sanremo, definitivamente sdoganati dalla scena underground al mainstream, i Subsonica sentono la pressione. "Una pressione - spiega Samuel, l'altra mente della band - che prima abbiamo patito, ma da cui ci siamo liberati tuffandoci nella nostra città alla ricerca di ispirazione: perché Torino, per noi, è un avamposto molto importante di sensazioni da raccontare". Il risultato è un album che gli stessi Subsonica definiscono "introspettivo, attraversato da una sottile inquietudine, una vena livida in cerca di decongestione": che arriva, puntuale, a fine cd, con l' ipnotica coda di deep house totalmente affidata al dj Roger Rama.
"Amorematico" è soprattutto un disco di canzoni, con molto spazio a sezione ritmica, arrangiamenti e testi. "È un disco di oggi - spiega Max - con una ricerca di cucitura di tappe fondamentali del suono italiano dagli anni 70, quando maestri come Morricone dettavano legge con la 'stilosità' del loro sound". L' album si apre col brano "Nuvole rapide", già inserito nella colonna sonora del film "Santa Maradona" dell'amico regista Marco Ponti. Soundtrack cui i Subsonica hanno contribuito anche col loro progetto parallelo Motel Connection, un esperimento formato clubculture ideato da Samuel e dal fuoriuscito Pier-funk. Il nuovo singolo che accompagna l' uscita del disco, invece, è "Nuova ossessione", un pezzo dall'andamento ironico e trascinante, scandito da una battuta disco realizzata in collaborazione coi Krisma, storico duo dub-pop italiano. Il testo, che parte dal racconto di un' infatuazione amorosa, si presta a una duplice lettura fino alla dissertazione sulla manipolazione delle ossessioni, considerate meccanismo di controllo di massa. L' ossessione per l' oggi dei Subsonica diventa palese in brani come "Sole silenzioso", dedicata alle giornate genovesi del controG8, e "Gente tranquilla", incentrata sulle stragi in famiglia. Ospite di quest'ultimo pezzo il rapper marocchino Rachid, che sgrana versiin arabo incarnando "la belva silenziosa, il capro espiatorio, l'uomo nero, l'incubo".
"Controllo del livello di rombo" (2003) cattura dal vivo sei anni di storia della band torinese.
Nel 2005 i Subsonica proseguono con "Terrestre" sulla strada del disco agita-masse, anche un po' politicizzato, come del resto si era intravisto nel precedente episodio ("Gente tranquilla", "Sole silenzioso"). Sono cambiate alcune cose: il gruppo di Torino, che era uno dei fiori all'occhiello della Mescal, la più importante label indipendente del nostro paese, è passato alla Emi.
La novità più eclatante è il ritorno delle chitarre e di una strumentazione più tradizionalmente rock, a scapito di un'elettronica sempre presente, ma decisamente limitata. La partenza di "Corpo a corpo", con una strofa rappata molto aggressiva, seguita da una linea di basso incisiva e convincente, sembra promettere bene, ma già quando si arriva alla scialba "Vita d'altri" si ha la sensazione che i tempi di "Microchip Emozionale" siano finiti per sempre. Un sospetto, in verità, già avuto ascoltando l'orrendo singolo "Abitudine", ma che si trasforma perfino in stupore quando si arriva a "Gasoline", prima canzone in inglese (e si spera ultima) dei torinesi. Un beat iniziale carino (niente di fantascientifico, intendiamoci) viene sepolto da un cantato trascinato che vorrebbe essere accattivante, ma risulta abbastanza triste e patetico.
I Subsonica del disagio e degli amori metropolitani di fine anni 90 si riaffacciano prepotenti in "Incantevole" (il brano migliore) e nella successiva "L'odore", l'unico pezzo aggressivo dell'album. Dopo la cavalcata trip-hop da tangenziale di "Alba a quattro corsie" e l'ottima "Salto nel vuoto", i nostri mettono di nuovo un piede in fallo con "Giorni a perdere": riff dei Sonic Youth più stanchi e giri di hard-rock triti e ritriti. Peccato anche per la ninna nanna acustica finale "Dormi", che cancella il poco di buono fatto in precedenza (l'inizio elettronico di "Amantide").
Troppi alti e bassi, poca convinzione e una pericolosa tendenza al nu-metal all'italiana compromettono un disco sostanzialmente privo di idee, in cui molti brani sembrano scritti solo per trascinare il pubblico ai concerti. E qualcuno spieghi ai Subsonica che una canzone come "Tutti i miei sbagli" si scrive una volta sola.
Nel 2007 "L'Eclissi" segna un ritorno al passato fieramente elettronico della band, ma ne acuisce il carattere retrofuturista: sound algido, cyberpunk, ma intarsiato di citazioni ed echi del passato.
I beat squadrati e dirompenti riprendono il dominio, ma è la chitarra l'"eminenza grigia" dell'album. Discreta, essenziale, cesella consapevoli cliché che finiscono immediatamente rifratti, replicati come moduli del pattern ritmico. Ne ho scritto da poco in riferimento a Why?: l'essenza di tanta arte di oggi sta nel suo rapporto col passato. Il recupero del passato passa attraverso riprendere lo stilema disco più stereotipato ("Nei nostri luoghi"), figure morriconiane ("La Glaciazione"), sciabolate funk-punk ("Quattrodieci") o baldanzose sincopi ska ("Piombo").
Mancano le canzoni a presa immediata, eppure gli stessi pezzi che di primo acchito sembravano scialbi scoprono una faccia da techno-cavalcate irrefrenabili ("La glaciazione", "Il centro della fiamma"), riempipista dal ritornello a colpo sicuro ("Veleno", "Quattrodieci", "Piombo"), lenti da trip in levare ("Alta voracità", "Alibi"). Stupisce poi la cura certosina del suono, prodigo di glitcherie, minimalismi vari, pulsazioni secche, frenetiche e impeccabili sferzate elettroniche.
A rovinare il quadro provvedono ad ogni modo i testi: goffi esercizi di ermetismo, inducono il sospetto che dietro alla loro pretesa profondità non ci siano che sentimentalismi tanto-al-kilo ribolliti in salsa hi-tech.

di Clara Martinelli, Claudio Fabretti

Discografia:

Albums
1997 - SubsOnicA
1999 - Microchip emozionale
2002 - Amorematico
2005 - Terrestre
2007 - L'eclissi

Lives
1998 - Coi piedi sul palco - EP
2003 - Controllo del livello di rombo
2006 - Terrestre live e varie altre disfunzioni

mercoledì 18 novembre 2009

RAGE AGAINST THE MACHINE

Se mai c'è stata una band che ha saputo unire l'impegno sociale al divertimento, il fuoco attivista della giovane età alla matura e personale presa di coscienza del momento storico, questo gruppo erano, almeno fino agli inizi degli anni Novanta, soltanto i Clash di Joe Strummer. Scendendo qualche gradino in termini di freschezza e probabilmente di credibilità, qualcuno potrebbe ancora oggi indicare in Bruce Springsteen, REM e U2 altri eventuali artisti impegnati, in grado di muovere gli animi degli ascoltatori all'azione.
Ma è sulla linea dei londinesi Clash che dobbiamo affiancare uno dei maggiori fenomeni rock dei Novanta, in grado di inserirsi prepotentemente in un trend musicale, proveniente dalla cosiddetta scena crossover californiana, ormai pronto a emergere prepotentemente dalle strade di Los Angeles, e di sconvolgere, nel bene e nel male, la storia del rock degli ultimi anni: i Rage Against The Machine sono stati uno dei maggiori nomi del panorama crossover e, a conti fatti, nu metal, oltre che uno dei gruppi fondamentali degli ultimi quindici anni.
Per raccontare la storia dei Rage Against The Machine, scegliamo di partire dal novembre 2000, quando George W. Bush viene eletto per la prima volta presidente degli Stati Uniti d'America, e Zack De La Rocha, leader carismatico della band, annuncia lo scioglimento dei Rage Against The Machine a causa del totale fallimento degli obiettivi - evidentemente politici - fissati dal gruppo stesso il giorno della loro nascita, nove anni prima. In realtà i motivi sono questi e anche altri, che analizzeremo successivamente seguendo il corso degli eventi, ripartendo quindi dal 1991.
La rabbia contro la macchina è un caso anomalo sotto ogni punto di vista. E' forse la prima band a raggiungere un certo livello di popolarità prima di aver firmato un contratto discografico e, fatto ancor più curioso, non nascono come una formazione live, che si crea un proprio pubblico concerto dopo concerto, fino a trovare qualche generoso estimatore che li metta sotto contratto: i Rage Against The Machine registrano il loro primo demo senza mai essersi esibiti dal vivo. E innescano il passaparola passando il demo ai loro amici, e solo in seguito vendendolo ai loro primissimi concerti, raggiungendo in pochissimo tempo le cinquemila copie vendute. Una sorta di primato.
D'altronde la musica che presentano i Rage Against The Machine nel 1991 non può che attecchire con successo in una Los Angeles ben distante dalle sirene del grunge, scossa piuttosto dall'imprevisto scioglimento dei Jane's Addiction, simbolo e germoglio fino a quel momento di un movimento underground vivo come a Seattle, ma ancora lontano dall'essere inquadrato dai canali mediatici che hanno fatto della città del Washington la Mecca del rock di quegli anni. Una scena opposta all'immagine che davano di Los Angeles i Guns n' Roses e i sogni di successo made in Hollywood. Si tratta di crossover, termine ormai volgarmente combinato al cosiddetto nu-metal, ossia una miscela impura di varie esperienze formanti una nuova struttura, in alcuni casi con originalità e spiccato senso artistico, in altri, come del resto anche e maggiormente per quanto riguarda il Seattle-sound, un mero esercizio stilistico in copia carbone, compresi i contenuti delle canzoni. Già i contenuti, forse proprio questi eleveranno i Rage Against The Machine sopra le altre numerose entità che campeggieranno su magazine, radio e Mtv dallo sparo di Cobain in poi.
Ma torniamo alla musica. In coda ai crediti di ognuno dei quattro album dei Rage Against The Machine c'è scritto: "No samples, keyboards or synthesizers used in the making of this recording"; ciò suona puritano e allo stesso tempo non credibile, se non si assiste fisicamente a una performance live del gruppo, dove intorno a una sezione ritmica essenziale, generalmente mai sopra le righe, si inseriscono il rap rabbioso e in crudo linguaggio slang di Zack De La Rocha - figlio di un artista di strada che non ha raggiunto il successo di Basquiat - e il geniale corredo di effetti scratch, noise, flanger, wah-wah, ecc. unito alla matrice zeppeliniana dei riff della chitarra di Tom Morello, nato nel quartiere di Harlem a New York, sangue misto afro-italo-irlandese, ovvero uno degli ultimi autentici "guitar hero".
Il primo omonimo album "Rage Against The Machine" edito dalla Epic nel 1992 è un fulmine a ciel sereno nel panorama rock del periodo, unendo agli omaggi a Jimmy Page - fra le altre, "Wake Up" è un evidente re-editing di Kashmir - il rap polemico dei Public Enemy e, come precentemente accennato, la lezione crossover ormai in voga nei circuti underground di cui maggiori esponenti erano certamente Fishbone, Living Colour e a un livello già più popolare, Red Hot Chili Peppers e Faith No More da San Francisco. E' un album sensazionale, che contiene alcuni dei maggiori inni dei Rage Against The Machine, quali "Bullet In The Head" (la prima canzone mai incisa dalla band), "Know Your Enemy" (titolo poi rubato da profeti minori) e soprattutto "Killing In The Name", probabilmente la canzone simbolo del gruppo, con un testo semplice e implicitamente rivoluzionario nel vero senso del termine.
L'album fa furore e scalpore allo stesso tempo: la censura infatti perseguita la presunta pericolosità di un gruppo sovversivo come lo furono i Doors oltre vent'anni prima. Saturday Night Live, celebre programma televisivo della Nbc, che in quegli anni ospitava tutti i ribelli del rock campioni di vendite come Nirvana, Smashing Pumpkins e Stone Temple Pilots, censura la performance dei Rage Against The Machine che avevano disposto sul loro palco una bandiera americana rivolta al contrario. A Philadelphia, i quattro membri della band salgono sul palco del Lollapalooza completamente nudi in segno di protesta contro la famigerata fondazione dell'etichetta "Parental Advisory Explicit Lyrics", e per quattordici lunghissimi minuti restano in piedi sotto il suono nauseante del feedback della chitarra. Un lungo tour insieme agli allora sconosciuti Tool e ai Fishbone arriverà anche in una Europa non ancora pronta a concedere lo stesso interesse che la band aveva raccolto oltreoceano.
Quando altri gruppi made in LA rivisitano in chiave funk-metal quanto di buono avevano fatto gli artisti della generazione precedente, i Rage Against The Machine restano lontano dalle scene, attendendo con pazienza le nuove invettive di Zack, forti di un sound a oggi ancora lontano dall'essere clonato. Solo nel 1996 giunge il seguito di Rage Against The Machine, prodotto da Brendan O'Brien, si chiama "Evil Empire" ("Impero del male"), da una citazione del 1982 dell'ex presidente Ronald Reagan che così definiva al termine della guerra fredda l'Unione Sovietica. E' un album che gode di un favorevole e immediato riscontro da parte di critica e pubblico, grazie all'ormai consolidato status del precedente lavoro, ma che in realtà risulta essere ben più complesso e deviante del disco d'esordio, mancando tuttavia della quantità numerica di inni di cui invece questo constava. Infatti, solo le iniziali "People Of The Sun" e "Bulls On Parade" (il cui storico riff in effetto wah-wah diventa un altro dei punti più elevati raggiunti dalla band) sembrano avere quel potenziale melodico che imperversava in ognuno dei dieci vecchi brani. All'interno del disco hanno però spazio divagazioni varie ed eventuali di un Morello forse eccessivamente accondiscendente verso se stesso, ma ugualmente in grado di guidare la band verso un linguaggio del tutto unico e fondamentalmente incomparabile. "Tire Me" viene premiata con il Grammy Award come miglior performance hard-rock; lo stesso accadrà l'anno dopo per "People Of The Sun", e l'anno successivo ancora per "No Shelter", uno dei vari brani concessi nel tempo a colonne sonore di film più o meno interessanti ("The Crow", "Godzilla", "The Matrix", in particolare). Il fenomeno è ormai leggenda vivente, e le battaglie politiche che nel loro piccolo i Rage Against The Machine portano all'ordine del giorno ottengono spesso un buon riscontro mediatico e popolare, tanto da coinvolgere un sempre maggior numero di sostenitori sensibili ai casi di Leonard Peltier e Mumia Abu-Jamal, giusto per citare due delle maggiori campagne sostenute da De La Rocha e compagni.
A livello pragmatico, il problema dei Rage Against The Machine resta però l'assoluta lentezza in fase di composizione del loro cantante, che impiega mesi e mesi a trovare la giusta ispirazione per ogni nuovo monologo in linguaggio slang da sovrapporre alla formula ormai consolidata degli altri tre strumentisti. E' del 1999 "The Battle Of Los Angeles", l'ultimo album di inediti, che svetta al numero uno di Billboard come fosse l'ultima raccolta di successi dei Backstreet Boys. E' un lavoro meno ambizioso dei precedenti, ma che ne consolida pienamente le strutture, usufruendo di un sound più ricco di sfumature e allo stesso tempo basico ed essenziale alla causa. Brani come il singolo "Guerrilla Radio", vincitore di un altro Grammy, "Calm Like A Bomb" (poi ripresa in un altro episodio della serie Matrix) e "Mic Check" ci ripresentano una band in forma come non mai, carica e decisa a colpire a fondo. Croce e delizia del sound guidato da Morello sono i riff in perfetto stile Led Zeppelin, che, seppur intervallati dai suoni fuoriusciti dalla tavolozza di effetti della chitarra e della fantasia dell'artista, non muovono mai dalla stessa formula la struttura delle canzoni dei Rage Against The Machine, che tuttavia risultano comunque più efficaci che mai a livello melodico e innodico. Per il video di "Sleep Now In The Fire", i Rage Against The Machine organizzano un sit-in di fronte all'entrata di Wall Street a New York, impedendo l'apertura della Borsa fino al sopraggiungere della polizia sul luogo del misfatto.
La massima popolarità del gruppo coincide coi suoi primi scricchiolii durante il planetario tour di questo album, quando voci di divergenze artistiche fra Zack e il resto della band iniziano a minare un'unione di intenti ora apparentemente non più così salda. Torniamo quindi all'inizio della storia, Gore e Bush si sfidano nell'eterna battaglia fra democratici e repubblicani, i Rage Against The Machine pubblicano il terzo singolo e video da "The Battle Of Los Angeles", "Testify", dove le figure dei due candidati si fondono in un'unica persona, e programmano un concerto che poi risulterà definitivo in un palazzetto di fronte alla convention dei repubblicani di Bush, che, come sappiamo, vincerà le elezioni. L'ultima battaglia è persa.
Zack vuole che gli sia concesso del tempo per un album solista, gli altri, tenuto anche conto della scarsa prolificità del loro cantante - siamo alla vigilia del 2005, l'album non è ancora uscito - , si oppongono fermamente minacciando lo scioglimento della band. De La Rocha coglie la palla al balzo, e dichiarando falliti gli obiettivi del gruppo, scioglie ufficialmente i Rage Against The Machine. C'è appena il tempo per l'edizione di "Renegades", un album di cover, ovviamente con sfondo integratore politico, registrate nel corso del 2000 e in alcuni casi completamente riarrangiate rispetto alle illustri originali. Bob Dylan, The Stooges, Afrika Bambataa, Cypress Hill sono alcuni degli artisti omaggiati nelle dodici canzoni corrette e personalizzate secondo l'inconfondibile stile Rage Against The Machine, seppur con una produzione ridondante e a volte non funzionale ("Kick Out The Jams" degli Mc5 risulta spiacevolmente rallentata, mentre l'interpretazione di "Beautiful World" perde drasticamente il carattere ironico della canzone dei Devo) da parte di Rick Rubin.
Tom Morello, Brad Wilk e Tim Commerford non perdono tempo, e mentre Zack bivacca fra collaborazioni eccellenti quali Dj Shadow e Trent Reznor nella preparazione del suo ambizioso album solista, si guardano attorno in cerca di un nuovo cantante in grado di permettere loro un pronto ritorno sulle scene. La scelta cade su Chris Cornell, che sciolti i Soundgarden nel tentativo per ora fallito di seguire le orme lasciate dal breve percorso di Jeff Buckley, non può non accettare l'offerta di un trio ancora piuttosto affermato, prima che la sua carriera prenda una piega irreversibile verso l'anonimato cantautorale. A causa di problemi fra case discografiche, dissidi fra i due diversi management (Cornell fino a questo punto era sempre stato tutelato dall'ormai ex-moglie Susan Silver), il gruppo provvisoriamente denominato Civilian viene sciolto e riformato più di una volta nel corso delle registrazioni delle prime canzoni, sempre sotto la cura di Rick Rubin.
Qualche mese più tardi, quando ormai tutte le comunità di file-sharing offrono i demo delle canzoni dei Civilian, le parti in causa trovano un accordo e riparte il progetto, stavolta sotto nome Audioslave. Ne nasce un album omonimo, comprendente le rivisitate canzoni del demo Civilian, che pur mostrando una buona e indiscutibile carica hard-rock tipica del sound Rage Against The Machine, lascia scontenti sia i fan dei Soundgarden, sia quelli della band di Los Angeles. Gli stessi difetti riscontrabili in "Renegades", all'epoca non ancora imputabili in modo deciso essendo in quel caso delle cover, riemergono più forti che mai. Se Cornell è oggi più attento all'aspetto melodico delle sue liriche, la musica che lo accompagna risulta rallentata e satura, non potendo correre dietro ai vocalismi sincopati del rap di Zack De La Rocha. Si aggiungono al malcontento generalizzato la nuova immagine dello shouter di Seattle, che dal vivo dimostra come le operazioni alle corde vocali lo abbiano irrimediabilmente danneggiato, e la perdita della semantica interventista presente nelle canzoni dei Rage Against The Machine. L'album conquista tuttavia le nuove schiere di teenager in cerca di sano hard-rock, e vende piuttosto bene nel continente Nordamericano.
Anacronistico, per nulla utile alla causa, ma ancora una volta di qualità, arriva nei negozi il primo live dei Rage Against The Machine, "Live At The Grand Olympic Auditorium", registrato il 12 e 13 settembre del 2000, ossia le ultime due date della storia del gruppo. Inutile soffermarsi sulla onesta qualità delle registrazioni, oltre che della simbologia del fenomeno Rage Against The Machine, qui immortalato anche in video nel degno finale del proprio percorso; l'album raccoglie sedici canzoni in una sorta di "best of" dal vivo.

di Danny Stones

Discografia:

Albums
1992 - Rage Against the Machine
1996 - Evil Empire
1999 - The Battle of Los Angeles
2000 - Renegades

Lives
1998 - Live & Rare (rilasciato solo in Giappone)
2003 - Live at the Grand Olympic Auditorium

sabato 14 novembre 2009

PEARL JAM

La storia dei Pearl Jam parte da lontano, esattamente dal 1984, quando il bassista Jeff Ament, insieme con Mark Arm (futuro leader dei Mudhoney), forma i Green River, uno dei gruppi che maggiormente hanno influenzato il rock di Seattle degli anni '80, ai quali si aggiunge, l'anno seguente, il chitarrista Stone Gossard. Nel 1987 i Green River si sciolgono, e dalle loro ceneri prendono vita i Mother Love Bone, composti da Andy Wood, Stone Gossard, Jeff Ament, Bruce Fairweather e Greg Gilmore. Dopo l'Ep "Shine" del 1989, il gruppo ha in preparazione l'album di esordio, "Apple", ma il 16 marzo 1990 muore per overdose di eroina il cantante Andy Wood. Il disco uscirà ugualmente postumo per la Polydor, ma, nonostante il contratto con una major, i componenti della band, distrutti dal tragico evento, decidono di abbandonare il progetto. Dopo alcune esperienze musicali poco impegnative, Ament si ritrova con Gossard, e i due, insieme al chitarrista Mike McCready (da poco conosciuto) e a Matt Cameron (il batterista dei Soundgarden), incidono un nastro contenente il materiale che di lì a poco sarebbe diventato la musica dei Pearl Jam. Nel frattempo Dave Krusen rimpiazza Cameron alla batteria e il demo finisce nelle mani di Jack Irons, ex drummer dei Red Hot Chili Peppers, il quale lo consegna a Eddie Vedder, un amico che lavora a una pompa di benzina a San Diego e passa il tempo libero facendo surf e cantando nei Bad Radio, una band locale.
Nel giro di pochi giorni Vedder scrive le parti vocali e i testi dei brani (quelli che diventeranno "Alive", "Footsteps" e "Once") arrivatigli da Seattle, e nell'arco di pochissimo tempo, dopo la reazione entusiasta dei mittenti, parte per la città del grunge, dove, altrettanto celermente, avviene la stesura dei brani di "Ten", il primo album del gruppo. Inizialmente la band decide di chiamarsi Mookie Blaylock, come un famoso giocatore di basket, ma quasi subito il nome si trasforma in Pearl Jam, in riferimento a una particolare marmellata allucinogena che la nonna di Vedder (Pearl, appunto) preparava con il peyote per il marito indiano, secondo i canoni e la tradizione dei popoli precolombiani (il titolo dell'album "Ten" richiama, tuttavia, il primo nome del gruppo, essendo dieci il numero di maglia con cui giocava Blaylock nei New Jersey Nets).
Prima dell'esordio vero e proprio dei Pearl Jam, nel 1990 Vedder, Ament, McCready e Gossard prendono parte, su invito di Chris Cornell e Matt Camenron dei Soundgarden al progetto Temple Of The Dog, concepito in memoria dello scomparso Andy Wood. Inoltre i Pearl Jam partecipano, nel 1991, sia come comparse che come autori della colonna sonora (insieme, tra gli altri, a Soundgarden, Alice In Chains, Mudhoney, Screaming Trees e Smashing Pumpkins), al film "Singles, l'amore è un gioco" di Cameron Crowe, una pellicola sui "modesti patemi della gioventù di Seattle, a metà strada tra il grunge e lo yuppismo riveduto", come è stata autorevolmente definita.
Tra il marzo e l'aprile dello stesso anno vengono effettuate le riprese di "Ten", il primo disco dei Pearl Jam (Krusen lascia il gruppo poco tempo dopo, rimpiazzato prima da Matt Chamberlain e poi definitivamente da Dave Abruzzese). L'album, a differenza della maggior parte di quelli dei loro "cugini grunge" (che hanno reso celebre l'etichetta indipendente Sub Pop) esce per la Epic (Sony), per via dei contatti che Ament e Gossard hanno mantenuto con Michael Goldstone (prima Polydor, poi passato alla Sony) dai tempi dei Mother Love Bone.
Il disco, probabilmente il migliore dei Pearl Jam insieme a "Vs", potrebbe essere definito un capolavoro del rock reazionario, tante sono le tracce evidenziabili delle influenze che la band ha assimilato dai musicisti del passato: il drumming pesante, alla maniera di John Bonam, i soli di chitarra di hendrixiana memoria, la voce di Vedder, che suona come una sorta di riedizione anni '90 di quella di Jim Morrison (non a caso Vedder sarà invitato dai superstiti Doors nel 1993 per interpretare, dal vivo, "Roadhose blues", "Light my fire" e "Break on throught"). Non solo: anche gli Who (uno dei gruppi preferiti di Vedder, dei quali dal vivo spesso il gruppo esegue svariate cover) e il Neil Young più "elettrico", considerato giustamente un autore grunge "ante litteram", fanno sentire la loro presenza nel sound della band. Il giornalista Allan Jones, riferendosi a "Oceans", il brano più delicato e malinconico del disco, trova nella voce di Vedder addirittura tracce del lirismo di Tim Buckley, e immagina la song come l'ideale proseguimento di "Starsailor". Forse un accostamento un po' azzardato, ma non completamente campato in aria.
Indubbiamente l'esordio dei Pearl Jam si discosta in maniera massiccia dai lavori degli altri gruppi di Seattle: nulla a che vedere con la furia punk dei Nirvana o con l'heavy suond di Alice In Chains e Soundgarden, per citare le band più rappresentative. Si può affermare che i Pearl Jam sono il lato hard rock seventies (ma non solo, nella loro musica sono rintracciabili anche "citazioni" di artisti come U2 e Rem) del fenomeno grunge, che, d'altronde, è un movimento che si contraddistingue principalmente per la sua origine geografica e per il malessere di fondo, tipico della disillusione post anni '70, che esprimono i suoi adepti, più che per le caratteristiche formali della musica che ne è l'espressione.
Tutto ciò non toglie meriti all'esordio dei Pearl Jam: infatti, pur non presentando grandi innovazioni formali o sperimentazioni, "Ten" è un disco che, tramite brani rock ottimamente concepiti, sa trasmettere, anche nei momenti più hard, proprio l'atmosfera malinconica e disillusa, a volte quasi depressa, tipica della poetica grunge. Anche per quanto riguarda i testi di Vedder, vale lo stesso discorso. Seppur a volte vi siano riferimenti a vicende realmente accadute ("Jeremy" e "Why go"), e quindi emerga una sorta di impegno sociale della band, le denunce delle liriche dei Pearl Jam sembrano fini a se stesse, solo una amara constatazione dei fatti seguita da un timido accenno di ribellione, ma fondamentalmente sono nichiliste ed espressione di impotenza e rassegnazione. Il discorso è ancora più accentuato quando oggetto dei versi di Vedder sono riflessioni più intimiste, spesso ermetiche, o storie che in qualche modo traggono spunto dalle sue travagliate vicende adolescenziali (la celebre "Alive", per esempio).
"Ten" catapulta i Pearl Jam nell'olimpo del rock nel giro di pochi mesi, con un numero di copie vendute davvero notevole, anche in considerazione del fatto che la sua uscita coincide (ma qual è la causa e quale l'effetto?) con l'esplosione del grunge, e segue di poco la pubblicazione di "Nevermind" dei "cuginetti" Nirvana.
Nella primavera del 1993 i Pearl Jam tornano in studio per la registrazione del loro secondo lavoro, "Vs". Con il nuovo produttore Brendan O'Brian (che ha lavorato, tra gli altri, con Aerosmith, Stone Temple Pilots, Red Hot Chili Peppers e Black Crows), cambia l'approccio con lo studio di registrazione: i brani vengono suonati praticamente live, con il minor numero di takes possibili e sovraincisioni ridotte all'osso. Il risultato è evidente: "Vs" suona molto più crudo e vigoroso, meno artefatto. Nei brani più pesanti ("Go", "Animal", "Blood") continuano a sentirsi le influenze dei guru del rock vecchio stampo (tra cui, oltre ai soliti Led Zeppelin e Hendrix, anche Stooges e MC5), ma compaiono anche alcune ballate che richiamano in modo piuttosto evidente i Rem. ("Daughter", "Ederly woman behind the counter in a small town"). L'album (inizialmente pubblicato solo in vinile) vende, dal momento della prima stampa in CD, un milione di copie in una settimana.
"Vitalogy" (1994) è il terzo album del gruppo ed è la logica continuazione di "Vs", essendo identica la formula utilizzata per la sua produzione. Per un verso è il disco più heavy dei Pearl Jam ("Last exit", "Not for you", "Spin the black circe", "Whipping"), per l'altro presenta alcune ballate nello stile di quelle contenute nell'album precedente ("Nothingman", "Better man", "Immortality"). All'interno di "Vitalogy" c'è spazio anche per alcuni momenti "sperimentali", come "Pray, to", "Bugs" (in cui Vedder si cimenta con la fisarmonica), ma soprattutto "Hey foxymophandlemama, that's me", un brano di otto minuti formato da un delirante collage di voci e rumori, decisamente il momento più psichedelico della carriera dei Pearl Jam. La pubblicazione dell'album coincide con l'abbandono del gruppo da parte del batterista Dave Abruzzese, poi sostituito dal già citato Jack Irons, ex Red Hot Chili Peppers.
Nel 1995 i Pearl Jam registrano insieme a Neil Young, con il quale hanno già suonato dal vivo svariate volte, "Mirror ball". Il disco, tuttavia, esce a nome del solo canadese, per problematiche legate alla burocrazia delle case discografiche e Vedder, McCready, Ament, Gossard e Irons vengono citati solo come musicisti di accompagnamento all'interno del book dell'album, senza che si faccia menzione del nome Pearl Jam. "Mirror ball" solo è un disco per appassionati di Neil Young e Pearl Jam.
"No code", il capitolo successivo della discografia della band, è dell'anno successivo e si distingue per il tentativo dei Pearl Jam di scrollarsi di dosso il sound tipico che li ha caratterizzati fino a questo momento. Ma il risultato è un lavoro a volte troppo frammentario, privo di amalgama. Si può dire che è un disco riuscito a metà, con, di volta in volta, strizzate d'occhio al punk ("Lukin"), al country rock à la Neil Young, con il quale non a caso i Pearl Jam hanno lavorato l'anno precedente ("Smile", "Red mosquito"), addirittura a una sorta di glam rock britannico ("Mankind", composta e cantata da Stone Gossard). D'altro canto l'album contiene alcune buone composizioni, una su tutte la bellissima "Present tense", uno dei massimi vertici artistici raggiunti dai Pearl Jam in tutta la loro carriera, un concentrato di malinconia, delicatezza, disperazione e poesia.
Il disco successivo, "Yield", è datato 1998 e segna un ritorno al sound più classico del gruppo, con forse una cura diversa per i suoni, a tratti più "puliti", più "moderni" del solito. Da menzionare, quali brani degni di nota, "Brain of J.", "Faithfull", "Pilate", "Do the evolution" e "M.F.C.". E' invece imbarazzante la somiglianza esistente tra il singolo "Given' to fly" e "Going to California" dei Led Zeppelin.
"Yield" è l'ultimo album dei Pearl Jam che valga la pena prendere in considerazione. Se è vero che la band non ha mai osato più di tanto per rinnovare il suo sound, che già di per sé non trabocca di originalità, è altrettanto indiscutibile che fino a questo momento della loro carriera i cinque paladini del grunge avevano saputo proporre dell'ottimo rock, soprattutto perché ispirati in fase compositiva. Venuta meno tale ispirazione, con il passare degli anni, i Pearl Jam hanno gradualmente sempre più scimmiottato se stessi, mantenendo la forma della loro musica ma perdendone la sostanza. Sostanza che è del tutto svanita con l'ultimo disco menzionato. I lavori successivi, a parte "Live on two legs", un disco nato dalle registrazioni del tour mondiale del 1998 (a partire dal quale Matt Cameron, ex Soundgarden, prende il posto di Irons alla batteria), non sono altro ciò che uno (in maniera del tutto disillusa) poteva aspettarsi dalla band ed è puntualmente arrivato.
"Binaural", uscito nel 2000, e "Riot act" del 2002, due album assolutamente mainstream, nulla aggiungono alla storia dei Pearl Jam, se non un rinnovato e più esplicito (ma non nuovo) impegno politico della band, che emerge dalle liriche dell'ultimo loro capitolo ("Bu$hleaguer" su tutte).
Da ricordare la particolare trovata di fare uscire, alla fine del tour mondiale che ha seguito "Binaural", tutti i concerti integrali tenuti dal gruppo in tale arco di tempo, come fossero una sorta di bootleg ufficiali. D'altronde i Pearl Jam si sono sempre saputi vendere bene e hanno cercato di rendere originale ogni loro uscita, a partire dalla cura e dal particolare formato delle copertine dei loro dischi e dalle pubblicazioni "a sorpresa" degli album (come avvenne per "Vitalogy"), per finire con l'assolutamente lodevole lotta con la Ticketmaster, l'agenzia che gestisce in modo quasi monopolistico l'organizzazione degli spettacoli musicali che si tengono negli Stati Uniti, contro il prezzo elevato dei biglietti dei concerti, che costò alla band l'annullamento di un intero tour.
Tra tragiche morti come Andy Wood, Kurt Cobain e Layne Staley, e scioglimenti inevitabili come quello dei Soundgarden, i Pearl Jam sono rimasti, insieme ai Mudhoney, gli unici testimoni del movimento grunge, nato, cresciuto (o meglio bruciato) e spirato a Seattle a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90.
Nel 2006 esce l'omonimo "Pearl Jam". Niente orientalismi stavolta, niente spoken-word o stravaganze sperimentali alla Tom Waits: al loro posto un sound platealmente chitarristico, sanguigno, energico, vitale, feroce, abrasivo. La posta in gioco simbolica è il futuro dell’America “post 11-09”, la vittoria “dimezzata” in Iraq e le troppe scelte sbagliate fatte sinora dall’amministrazione.
Possiamo dividere arbitrariamente l’album in una prima parte dedita al ritorno in auge delle atmosfere di "Ten" e "Versus", con le elettriche sferraglianti in prima linea, e una seconda più eclettica, in cui spesso la rabbia si stempera in arrangiamenti e interpretazioni differenti. Del primo ciclo fa parte il tris d’apertura: “Life Wasted”, “Worldwide Suicide” e “Comatose” sono calci nel culo selvaggi, antagonismo punk sorretto da una possente e compatta ritmica. “Severed Hand” e “Marker In The Sand” dimostrano invece di saper cambiare le carte in tavola: la prima illude nella parte iniziale (con i nastri al contrario), ma è un falso allarme, perché il riff di chitarra è in agguato e muterà ancora, tra wah-wah e contromelodie di McCready; la seconda stravolge l’ostinato tribale della batteria e apre nel ritornello una finestra melodica irresistibilmente “innodica”. Deliziosa, com’è del resto la successiva “Parachutes”, pop acustico sospeso tra Beatles ed Elliott Smith, morbida e soffusa, con un organo hammond di sottofondo.
La seconda tranche esordisce con due episodi trascurabili (“Unemployable” e “Big Wave”, rispettivamente mid-tempo alla Rem e hardcore sfrenato, entrambe da rispedire al mittente) per poi cedere alla ballad “Gone”, che ha struttura affine alla mitica “Betterman”: partenza solitaria con la chitarra arpeggiata e cavalcata con il gruppo al completo. Dal vivo promette faville, su disco non decolla facilmente. Ascoltato il mini-tributo a "Mirror Ball" di “Wasted Reprise” (cinquanta secondi di organo a canne) e l’altro filler (“Army Riserve”) l’album volge al termine: il congedo è affidato a “Come Back”, vibrante di passione soul dedicata a un’ipotetica compagna scomparsa (emotivamente si muove sulla falsariga di “Black”), e quindi “Inside Job”, lungo e maestoso rock elettro/acustico punteggiato di pianoforte, con un bel crescendo che si protrae per ben sette minuti.
L’“avocado album”, come è stato ribattezzato a causa della copertina, in cui il frutto esotico fa bella mostra di sé su sfondo azzurro, non sarà il risultato più esaltante raggiunto sino ad oggi, ma rimane comunque prova discografica più che sufficiente, superiore per spessore effettivo al confuso e deludente "Riot Act" e al debole "Binaural".
Nel frattempo Eddie Wedder si concede un riuscitissimo intermezzo solista, firmando la colonna sonora di "Into The Wild", pluripremiato film di Sean Penn, tratto dal bestseller omonimo di Jon Krakauer sull'esperienza di Christopher McCandless.
I Pearl Jam sono ormai un gruppo vecchio. Anzi, per vecchi. Come direbbe Cormac McCarthy. Vecchi ragazzi (degli anni 90), s'intende. Ma pur sempre invecchiati. E non bene. Ma neanche tanto male. Così così, diciamo. Anche per questo, oltre che per un fisiologico calo dell'ispirazione dopo quasi vent'anni di militanza, i loro ultimi lavori palesano uno standard abbastanza immobilistico, manierato, conservatore. Perché hanno principalmente due motivi d'essere: ospitare i vecchi fan alloggiandoli in sonorità datate e rassicuranti e immettere nuovo carburante da incendiare nel motore inesausto delle loro tournée mondiali, dimensione nella quale il gruppo riesce ancora a dare il meglio di se, giustificando nel tempo la propria costanza e linearità.
"Backspacer" (2009) denota una certa continuità rispetto all'approccio ruvido e diretto del predecessore ma, smaltita la sbornia d'indignazione civile contro l'amministrazione Bush, i toni si fanno meno accesi e vibranti, le gradazioni più soft, l'umore generale più disteso ed edonista. E' rock classico con qualche escrudescenza punk, qualche anabolizzazione hard, la solita predisposizione al pathos, qualche episodio cantautorale.
L'opener "Gonna See My Friends" con quel riff stentoreo e familiare è una botta street-rock, magari un po' triviale ma adrenalinica. Poi anche "Got Some", "Johnny Guitar" e "Supersonic" insistono e sviluppano, con risultati non proprio esaltanti, quest'ebbrezza rock'n'roll da "American Graffiti". Sempre meglio di "The Fixer", comunque, spuntatissimo singolo con fregole sintetiche vagamente new wave (!?).
La scrittura si risolleva quando la palla torna di nuovo tra le mani di Vedder che pennella due acquerelli acustici niente male - la bucolica "Just Breathe" e la sofferta "The End" - e in quelle di McCready con la fluente vena soft-rock di "Force Of Nature". Per il resto, niente di nuovo sul fronte occidentale: "Amongst The Waves" e "Unthought" sono strade che gli abbiamo già visto percorrere, mentre "Speed Of Sound", un accorato mid-tempo col piano e l'organo in evidenza e le chitarre in sordina, punta (quasi) tutto sullo charme dolente e carezzevole del cantato.

di Paolo Avico

Discografia:

Albums
1991 - Ten
1993 - Vs.
1994 - Vitalogy
1996 - No Code
1998 - Yield
2000 - Binaural
2002 - Riot Act
2006 - Pearl Jam
2009 - Backspacer

EP
2006 - Live at Easy Street

Lives
1998 - Live on Two Legs
2004 - Live at Benaroya Hall
2007 - Live at the Gorge 05/06

Compilations
2003 - Lost Dogs (raccolta di B-side)
2004 - Rearviewmirror: Greatest Hits 1991-2003