venerdì 12 giugno 2009

6.2 MAMORU OSHII'S FILMOGRAPHY

Di seguito la filmografia di Mamoru Oshii. Per comprenderla al meglio potete seguire questo specchietto:
"directors - collaborators, title, year production, time (kind - episodes)"
n.b. la "x" sta per "ignoto" e i "..." indicano continuità.
Per qualunque dubbio potete contattarmi, mediante commento.
  • Hiroyuki Kitakubo - Mamoru Oshii, "Blood: The Last Vampire", 2000, 48'-col. (movie)
  • Hiroyuki Okiura - Mamoru Oshii, "Uomini e lupi", 1998, 101'-col. (movie)
  • Jun Matsumoto, Jun'ichi Fujisaku, Kazuto Nakazawa, Naoyoshi Shiotani, Yuu Kou, ... - Mamoru Oshii, "Blood+", 2005-2006, 30' ep.-col. (TV - 50 ep.)
  • Junji Nishimura - Mamoru Oshii, "Windy Tales", 2004-2005, 30' ep.-col. (TV - 13 ep.)
  • Kenji Kamiyama - Mamoru Oshii, "Mini Pato", 2002, 12' ep.-col. (movie - 3 ep.)
  • Kenji Kamiyama, Itsuro Kawasaki - Masamune Shirow, Mamoru Oshii, "Ghost in the Shell: Stand Alone Complex 2nd GIG", 2004-2005, 25' ep.-col. (TV 2 - 26 ep.)
  • Mamoru Oshii, "L’uovo dell’angelo", 1985, 71'-col. (movie)
  • Mamoru Oshii, "Dallos", 1983, 30' ep.-col. (OAV - 4 ep.)
  • Mamoru Oshii, "Dallos Special", 1985, 83'-col. (OAV)
  • Mamoru Oshii - Masamune Shirow, "Ghost in the Shell", 1995, 83'-col. (movie 1)
  • Mamoru Oshii - Masamune Shirow, "Ghost in the Shell - L'attacco dei Cyborg", 2004, 99'-col. (movie 2)
  • Mamoru Oshii, "Gosenzo-sama Banbanzai!", 1989, x (OAV - 6 ep.)
  • Mamoru Oshii, "Maroko", 1990, 90'-col. (movie)
  • Mamoru Oshii, "Stray Dog: Kerberos Panzer Cops", 1991, 99'-col. (live-action movie)
  • Mamoru Oshii, "The Red Spectacles", 1987, 116'-col. (live-action movie)
  • Mamoru Oshii, "The Sky Crawlers", 2008, 121'-col. (movie)
  • Mamoru Oshii, "Talking Head", 1992, 105'-col. (hybrid movie)
  • Mamoru Oshii, "Amazing Lives of the Fast Food Grifters", 2006, 104'-col. (live-action movie)
  • Mamoru Oshii, "Avalon", 2001, 106'-col. (live-action movie)
  • Mamoru Oshii, "Lamù: Only You", 1983, 101'-col. (movie 1)
  • Mamoru Oshii, "Lamù: Beautiful Dreamer", 1984, 95'-col. (movie 2)
  • Mamoru Oshii, "Patlabor The Mobile Police: The New Files", 1990-1992, x (OAV 2 - 16 ep.)
  • Mamoru Oshii, "Patlabor: The Movie", 1989, 99'-col. (movie 1)
  • Mamoru Oshii - Satoshi Kon, "Patlabor 2: The Movie", 1993, 107'-col. (movie 2)
  • Mamoru Oshii, Hiroshi Sasagawa, Koichi Mashimo, Yuji Nunokawa, "Yattaman", 1977-1979, x (TV - 108 ep.)
  • Mamoru Oshii, Hiroyuki Hayashi, "Open Your Mind", 2005, 35'-col. (OAV)
  • Mamoru Oshii, Hisayuki Toriumi, Hiroshi Sasagawa, Koichi Mashimo, Yuji Nunokawa, "Gatchaman II", 1978-1979, 26' ep.-col. (TV 2 - 52 ep.)
  • Mamoru Oshii, Kazuo Yamazaki, Junji Nishimura, "Lamù, la ragazza dello spazio", 1981-1986, 30' ep.-col. (TV - 195 ep.)
  • Mamoru Oshii, Masami Anno, Yuji Nunokawa, Hisayuki Toriumi, "The Wonderful Adventures of Nils", 1982, 97'-col. (movie)
  • Mamoru Oshii, Masami Anno, Yuji Nunokawa, Hisayuki Toriumi, ... "Nils Holgersson", 1980-1981, x (TV - 52 ep.)
  • Mamoru Oshii, Naoyuki Yoshinaga, "Patlabor The Mobile Police", 1988-1989, 30' ep.-col. (OAV 1 - 7 ep.)
  • Mamoru Oshii, Tomomi Mochizuki, "Twilight Q", 1987, x (OAV - 2 ep.)
  • Mizuho Nishikubo - Mamoru Oshii, "Musashi: The Dream of the Last Samurai", 2009, x (movie)
  • Naoyuki Yoshinaga, … - Mamoru Oshii, "Patlabor The Mobile Police", 1989-1990, 25' ep.-col. (TV - 47 ep.)
  • Tatsuo Hayakawa, Keiji Hayakawa, … - Mamoru Oshii, "Lo strano mondo di Minù", 1983-1984, 24' ep.-col. (TV - 50 ep.)

giovedì 11 giugno 2009

6.1 MAMORU OSHII

Mamoru Oshii nasce l'8 Agosto del 1951 a Tokyo e fin da giovanissimo è affascinato dalla fantascienza in genere, così a soli quindici anni inizia a scrivere alcuni racconti e a venticinque, dopo la laurea conseguita nel 1976 alla Tokyo Gakugei Daigaku, inizia a lavorare in una radio come direttore della programmazione.
Oshii è comunque insoddisfatto, allora decide, l'anno seguente, di entrare a far parte del cast della Tatsunoko di Tatsuo Yoshida, dove partecipa alla realizzazione di "Gatchaman II" e di "Yattaman". Nel 1978, dopo la morte del direttore Yoshida, la Tatsunoko si divide in due nuovi studi d'animazione: la Ashi Production e lo Studio Pierrot, fondato da Yuji Nunokawa e Hisayuki Toriumi, dove approda anche Mamoru Oshii. Qui quest'ultimo dirigerà 129 dei 195 episodi della serie "Lamù, la ragazza dello spazio" dal 1981 al 1984 e due dei sei film da essa derivati: "Only You" nel 1983 e "Beautiful Dreamer" nel 1984.
Sempre nel 1983 realizza il primo OAV nella storia degli "anime", "Dallos", scritto a quattro mani da lui stesso e dal suo maestro Hisayuki Toriumi, e l'anno seguente pubblica il suo primo manga, "Todo no Tsumari", sulla rivista "Animage".
Ma è nel 1985 che Oshii si dedica alla sua prima vera opera d'autore, "L’uovo dell’angelo", prodotto dallo Studio DEEN e realizzato in collaborazione con il pittore e character designer Yoshitaka Amano; un "movie" disseminato di simboli e citazioni bibliche, che rispecchia la personalità cupa e malinconica del suo regista.
Questi, nel 1986, dà vita al progetto "Headgear" con Masami Yuki, Kazunori Itō, Akemi Takada e Yutaka Izubuchi, ai quali va senz’altro aggiunto Kenji Kawai, il compositore elettivo di Oshii, che scriverà la musica per quasi tutte le sue opere. Primo frutto sviluppato dal nuovo nucleo artistico è l'OAV "Twilight Q", al quale segue la saga di "Patlabor", per la quale Oshii scriverà una serie TV, due serie OAV e due "movies", dirigendo anche gli OAV e i "movies".
Nel 1995 il maestro è chiamato dalla Bandai Visual e dalla Production I.G di Mitsuhisa Ishikawa a dirigere un nuovo lungometraggio, "Ghost in the Shell", tratto dall’omonimo manga di Masamune Shirow. L'"anime", divenuto un vero e proprio "cult movie cyberpunk" e più volte citato dai fratelli Wachowski (registi e sceneggiatori di "Matrix") come loro fonte di ispirazione, ottiene un grande successo in tutto il mondo, tanto da spingere Mamoru Oshii a dirigere un sequiel nel 2004, "Ghost in the Shell - L'attacco dei Cyborg", presentato al Festival di Cannes.
Nel 1999 è la volta di "Uomini e lupi", presentato in una serie di festival cinematografici internazionali (tra cui la Berlinale ed il Future Film Festival di Bologna), diretto dal giovane Hiroyuki Okiura, allievo di Oshii, autore del soggetto e della sceneggiatura.
L'anno seguente il maestro scrive il romanzo "Blood the last vampire: night of the beasts", in cui immagina che il secolo appena concluso sia stato l’evo dei vampiri sulla Terra, e da questo trae il soggetto per il "movie" "Blood: The Last Vampire", affidato alla regia di Hiroyuki Kitakubo e prodotto sempre dalla Production I.G nello stesso anno.
Più recente è "The Sky Crawlers", lungometraggio d'animazione del 2008 presentato in concorso alla 65ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Nel 2009 Mamoru Oshii scrive il soggetto e la sceneggiatura di "Musashi: The Dream of the Last Samurai", "anime" sulle epiche gesta del samurai Musashi Miyamoto.

Inoltre Mamoru Oshii fa della sua passione, la fantascienza, teatro in cui si svolgono i suoi "live-action movies" (veri e propri film, non d'animazione), che sono in tutto quattro: "The Red Spectacles" del 1987, "Stray Dog: Kerberos Panzer Cops" del 1991, "Avalon" del 2001 (presentato in anteprima al Festival di Cannes) e "Amazing Lives of the Fast Food Grifters" del 2006; a questi si aggiunge "Talking Head" del 1992, un "hybrid movie" (realizzato miscelando animazioni a sequenze reali).

mercoledì 10 giugno 2009

CAT POWER

La quinta pausa del lungo viaggio alla scoperta dell'animazione [vedi qui] riguarda Cat Power.

Cat Power sembrerebbe un perfetto nome d'arte per una cantante di pop commerciale in stile Sugababes, accompagnata da video con vestiti attillati, stivaloni e falsa sensualità finto sado-maso. Si tratta, invece, dello pseudonimo scelto da una graziosa ragazza americana, Charlyn Marie "Chan" Marshall, da cui non dobbiamo aspettarci niente del genere. In comune col carattere felino può avere forse un senso di solitudine e l'ammaliante ambiguità di chi è a portata di mano ma mantiene un alone di mistero, analogie (o luoghi comuni) che si fermano lì. La sua musica è già stata definita dai critici d'oltreoceano "dark-folk". Sonorità acustiche dunque, rivestite da una patina oscura e da un onnipresente senso di malinconia. Le sue canzoni sono arrangiate in modo essenziale: soltanto un piano, oppure chitarra e batteria. Non serve altro alla sua voce rauca e seducente per arrivare al cuore dell'ascoltatore.
Quella di Cat Power è una storia americana fatta di nomadismo e passione. Figlia di genitori separati (il padre è un musicista) Chan vive l'adolescenza tra il North Carolina, la Georgia e New York. Sovente sola, di carattere schivo, coltiva una grande passione per la musica ascoltando i suoi miti: Otis Redding, Aretha Franklin, Bob Dylan. Inizia a suonare piano e chitarra a vent'anni ed esordisce con un'autoproduzione a 7" nel '93. Al termine di un lungo girovagare per gli States approda nel sottobosco bohémien di Manhattan, dove in occasione del concerto a fianco di Liz Phair conosce il batterista dei Sonic Youth: Steve Shelley e il chitarrista dei Two Dollar Guitars: Tim Foljahn, che accettano immediatamente di unirsi a lei. Da quel momento in poi, Chan si fa chiamare Cat Power e inizia a prendere sul serio il suo lavoro. Resta tuttavia la sua timidezza cronica che la mette in difficoltà nelle esibizioni dal vivo. "Odio quando la gente applaude e tu devi dire 'grazie!' - racconta - E' un momento imbarazzante. Preferirei che rimanessero buoni e zitti, e ascoltassero".
Prima di approdare alla Matador, una delle etichette indie più prestigiose degli Stati Uniti, Cat Power assembla due prove acerbe con Shelley e Tim Foljahn: l'Ep "Dear Sir", sull'italiana Runt nel 1994, e "Myra Lee" su Smells Like Records (la label di Liz Phair e Solex) nello stesso anno. Il primo Ep, in particolare, rivela il suo talento nel raccontare feroci storie autobiografiche, all'insegna di un folk etereo, ma capace di impennate liriche alla Patti Smith. Canzoni come "3 Times" e "Headlights" si reggono sul suo caratteristico contralto stile Grace Slick, mentre brani come "Rockets" e "Itchyhead" mettono in mostra il chitarrismo spettrale di Foljahn e il drumming ossessivo di Shelley. L'umore cupo di Marshall conferisce un senso di gelo a queste delicate folk-song.
Il debutto con la Matador, "What Would The Community Think?" (1996), fa trasparire tutta l'emotività delle sue canzoni, alternando confessioni catartiche alla Nick Drake ("In This Hole") ad amare serenate nello stile di Laura Nyro ("Good Clean Fun", "King Rides By"), ballate mortifere ("The Fate of the Human Carbine") a elegie solenni ("Bathysphere"), mentre "Nude As The News" ed "Enough" possono contare anche sull'incedere incalzante del drumming.
Due anni più tardi è il turno di "Moon Pix", registrato in Australia con la collaborazione di Jim White e Mick Turner, rispettivamente batteria e chitarra degli australiani Dirty Three. Il disco ripropone la musica rudimentale ed embrionale di Marshall, forte di una struttura melodica tanto scarna quanto enigmaticamente affascinante. Le canzoni di Cat Power sono trasposizioni di flussi di coscienza, trascrizioni in musica di una seduta psicanalitica o di una confessione a cuore aperto. I suoi gorgheggi sono lievi, ma penetranti, più vellutati delle corde aspre di Patti Smith, più cupi delle ninnananne di Hope Sandoval. Con "American Flag" si schiudono le porte di un mondo incantato e desolato al contempo; "Cross Bones Style" sembra quasi uscita da un disco di Van Morrison, tanto è intensa e magnetica; la chitarra sinuosa di "He Turns Down" si accompagna al flauto e alla ripetitività ipnotica del ritmo; l'irruzione del tuono nel valzer funereo di "Say" inaugura il rito iniziatico che prosegue con l'incalzante "Back Of Your Head", cupo ritratto di uno spacciatore, per culminare nell'urlo disperato di "Moonshiner", confessione di un contrabbandiere di whisky, che preannuncia la progressiva discesa negli Inferi, appena stemperata dalle note misticheggianti di "You May Know Him" e dall'invocazione ai bambini della dolente "Colors And The Kids", che riecheggia i momenti più teneri di Joni Mitchell. Ma i modelli sono anche le autoanalisi thriller di Lisa Germano, le odi appassionate di Sinéad O'Connor, gli episodi più scabri di Carole King. "Quando suono la chitarra e faccio una nota - racconta la cantautrice nata a New York - quella nota la sento vibrare sulle mie braccia e sul mio corpo, nelle ossa, nel cuore. E nella mente vedo dei colori e riaffiorano dei ricordi, delle atmosfere. Così, quando mi metto alla chitarra è quello che mi tengo dentro a portarmi ad esprimermi e a cercare di comunicare queste immagini, queste speranze, il mio dolore o la mia gioia, insomma tutto quello che sento in quel momento".
"The Covers Record" (2000) rivisita in modo assai personale classici e "oddities" del rock come "(I Can't Get No) Satisfaction" dei Rolling Stones, "Paths Of Victory" di Bob Dylan, "Wild Is The Wind" (uno standard che fu di Nina Simone e David Bowie), "Kingsport Town" (un traditional interpretato ancora una volta da Dylan), "Sea Of Love" di Phil Phillips (anno 1959), "I Found A Reason" dei Velvet Underground e "Salty Dog", cavallo di battaglia dei Procol Harum."Red Apples" di Smog è invece l'unico brano "contemporaneo". Una prova eccentrica, che dimostra tutto il talento di Marshall sia come (ri)arrangiatrice sia come interprete, pur senza aggiungere nulla al suo repertorio.
Ma è nel 2003, con "You Are Free", che Cat Power, a 31 anni, perviene al suo classico "disco della maturità". Sbaglia chi teme di trovare nella produzione di Adam Kasper (Queen Of The Stone Age, Foo Fighters, Pearl Jam) un'introduzione di Marshall a suoni più commerciali, così come è vero che qualsiasi timore svanisce già dalle prime, sommesse, note di piano di "I Don't Blame you". E anche le altre, prestigiose, collaborazioni non fanno altro che impreziosire le struggenti ballate della Marshall: sia Dave Grohl (Nirvana) alla batteria nei pezzi più rock del disco, sia Warren Ellis (Dirty Three) al violino, ed Eddie Vedder (Pearl Jam) che, misurato come non mai, offre il suo controcanto in un paio di brani, sono ospiti che sembrano entrare quasi timidamente, in punta di piedi, nel rispetto dell'aura magica e vagamente onirica in cui sono sospese le canzoni di Cat Power, che per sensibilità può ricordare certe immersioni nei sogni di Kate Bush, o anche Joni Mitchell e Carole King, mentre tra le contemporanee i brani più movimentati strumentalmente rimandano alla prima PJ Harvey (nel potenziale singolo "Speak For me" e in "He War").
Dunque, se brani più corposi negli arrangiamenti non hanno celato l'espressività di Chan Marshall, e se si fa attenzione, sono tutt'altro che banali rock-song. Non abbiamo perso neanche la cantautrice delicata, malinconica e libera, appunto, di raccontare la sua fragilità così come la sua passione e i suoi desideri, tramite ballate scarne che sembrano stare in piedi per un miracolo, che si ripete, fortunatamente, molto spesso all'interno di "You Are Free". Sono tanti i gioielli contenuti in questo disco, a cominciare dall'abile rilettura di brani altrui, "Werewolf" del cantante country-blues Michael Hurley, e "Crawlin' Black Spider" di Johnny Lee Hooker ribattezzata "Keep On Runnin", o nelle sue composizioni, il duetto meraviglioso con Eddie Vedder nella conclusiva "Evolution", o nel country-folk struggente di "Good Woman", splendidamente arricchita dal violino di Warren Ellis.
Con la sua voce fragile, che a volte sembra essere sul punto di spezzarsi, ma sa essere anche affascinante e misteriosa, con le sue canzoni tese e asciutte, Cat Power racconta storie che possono far piangere, come "Names", in cui elenca in maniera breve e incredibilmente commovente storie di bambini vittime di violenze. "Durante la mia infanzia - racconta - molti ragazzini mi raccontavano tante cose e presto ho realizzato che c'erano tanti di loro che erano stati oggetto di abuso, avevano perso la loro innocenza, subendo violenze sessuali o percosse. E la cosa assurda è che sembrava così normale. Mi dispiace di non essere stata all'epoca una persona più forte, non sapevo come reagire di fronte alla mia amica che mi raccontava che suo padre faceva sesso con lei fin da quando era piccola. E ora che sono adulta mi rendo conto che queste cose succedono continuamente, anche se nessuno ne parla". Ma il canzoniere di Marshall fa fede anche al titolo dell'album: "Don't you want to be free?" chiede in "Baby Doll", e ancora "We can all be free" in uno dei punti più alti dell'album: "Maybe Not", due ballate ridotte all'osso musicalmente, ma dove Cat Power ci chiede di unirci come possiamo ("Maybe not with words, maybe not with a look but with your mind...") al suo atto di libertà, grazie al quale ci regala questo disco così pieno di vita in tanti suoi aspetti. Chan Marshall si rivela a noi completamente, si mette a nudo. Eppure c'è qualcosa nella sua musica che ci sfugge, qualcosa di inafferrabile; forse è quella parte dell'altra metà del cielo che gli uomini non riusciranno mai a cogliere. O forse è questo il segreto di un capolavoro.
La popolarità raggiunta con "You Are Free", tuttavia, può diventare un problema: "Non sono spaventata, semplicemente non la voglio e non mi piace - racconta Cat Power in un'intervista a Mtv - Ti ricordi le persone popolari al liceo? Ecco, generalmente erano le più crudeli. E lo stesso meccanismo lo si ritrova nella società: la ricerca della popolarità, il tentativo di ottenere soldi, potere e avanzamento sociale. È tutto una bugia e io non la voglio nella mia vita".
Su "The Greatest" (2006) sembra che la nostra bella Cat abbia voluto rifilarci un divertissement. Si è inventata un'anima vagamente soul, ha giochicchiato con archi, pianoforti scalcinati e chitarre from Memphis, non disdegnando certo quel suo delicato folk-blues per cui il mondo ha imparato ad amarla.
Circondata, tra gli altri, da musicisti del calibro di Teenie Hodges (chitarra), Leroy Hodges (basso, già alle prese con Al Green e Hi Rhythm Section) e dal batterista Steve Potts, la ragazza della Georgia apre le danze con la ballatona della title track, pregna di delicata emotività e con la voce adagiata in un letto di archi, mentre tutto plana su dolci accordi pianistici. Si lascia inebriare, poi, dal ciondolare di "Could We", con quei fiati gigioni che escono e rientrano come lame da un muro di gomma.
Alternandosi con fare disinibito, ballate e slanci vibranti vanno a costituire un equilibrio francamente precario. Si susseguono, quindi, "Lived In Bars" (mood moderatamente disperato in chiave soul-jazz), la vellutata elegia di "Islands" e le svagatezze in punta di piedi con tanto di piano honky-tonk di "After It All". Tutto nella norma, tutto sotto controllo. Neppure "The Moon", con i suoi toni dimessi, distillati con sapienza da piccoli accenti di organo e da un chitarrismo levigato ma deciso, alza troppo il tiro.
Ma certo, il folk corretto col blues di "Living Proof" e quello più spiccatamente rock di "Love & Communication" non sono forse capolavori? E che dire della ballata di "Empty Shell", dei sapori autunnali di "Willie" e dello scheletro valzer di "Hate" o di "Where Is My Love", colpo di classe finalmente supportato da un'ispirazione degna del passato: un abisso di solitudine ricoperto maldestramente dal drappo nero della malinconia.
"The Greatest" non è un disco brutto tout court, ma resterà tra i lavori minori della cantautrice georgiana.
Trascorrono due anni e Cat Power, per la seconda volta nella sua carriera, si cimenta con un disco composto quasi esclusivamente da cover, questa volta scelte e interpretate secondo una sensibilità non distante da quella di "The Greatest" e quindi inevitabilmente influenzata dalla predilezione per sonorità bluesy, classiche e dall'impatto diretto.
Tuttavia "Jukebox" non è un mero esercizio di stile, ma un lavoro che nella scelta dei brani e degli autori da reinterpretare si dimostra tutt’altro che banale e anzi testimonia una ricerca approfondita e in linea con gli approcci sonori dell’ultimo periodo.
Se si eccettuano, infatti, l’interpretazione vellutata di “New York” e la declinazione al femminile del classico di Hank Williams “Ramblin’ (Wo)Man”, Cat Power si cimenta qui con originali impegnativi, che in alcuni brani la riportano alle origini della tradizione nera americana. È questo il caso della parte centrale del lavoro, che passa dal cuore soul di “Aretha, Sing One For Me”, agli omaggi a due icone nere recentemente scomparse, James Brown (“Lost Someone”) e la pioniera del “Mississipi blues” Jessie Mae Hemphill (“Lord, Help The Poor And Needy”). Proprio in questi brani si avverte in maniera più netta la svolta sonora della Marshall, che li fa risultare un po’ troppo ruvidi e polverosi per le sue qualità vocali, al contrario di quanto avviene, ad esempio, nella soffusa rilettura pianistica di “Don’t Explain” di Billie Holiday. È in brani come questo che alla forma, sempre impeccabile, si unisce l’intensità interpretativa, fornendo risultati davvero ragguardevoli, come avviene, soprattutto, nei due brani da lei stessa firmati, ovvero l’auto-cover di “Metal Heart” e l’inedito “Song To Bobby”, entrambi caratterizzati da ammalianti tocchi di pianoforte e ritmiche più smorzate. In simili contesti strumentali e compositivi si esalta lo splendore di un’interprete che continua a temere pochi paragoni ma che anche in "Jukebox" regala solo sprazzi incostanti della sua classe, alternati a passaggi meno convincenti e nel complesso tali da confermare Cat Power ancora al di sotto dei veritci della sua carriera, eppure ormai a proprio agio nel nuovo ruolo di consumata blueswoman, adesso rivestito con la grazia espressiva di sempre e in maniera lievemente più misurata rispetto all'album precedente.
A "Jukebox" tiene dietro di pochi mesi un'appendice di altre sei cover, "Dark End Of The Street", ove sono ancora il soul e il blues più classici il playground entro cui Cat Power si diverte ad esercitare le sue ben note doti interpretative, adesso tanto mature da trasformare la sua stessa immagine da quella di “ragazza con la chitarra” in “signora di gran classe”, consapevole del suo charme e capace di dosarlo con sapienza, misurandosi anche con originali impegnativi e in buona parte alieni dalla sua originaria impronta artistica.
Non desta più sorpresa alcuna vederla cimentarsi in interpretazioni dai contorni notturni e fumosi di brani di Aretha Franklin (la title track e “It Ain’t Far”) o di Otis Redding (“I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now)”), né tanto meno abbandonarsi con movenze vellutate a un’obliqua ed elegantissima “Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival.
L’avvenuta transizione stilistica è dimostrata in maniera ancora più evidente laddove riesce a piegare alla nuova fisionomia originali provenienti da tradizioni musicali ben diverse, come nel caso di “Ye Auld Triangle” dei Pogues, qui ammantata di un’aura desertica e alcolica, il cui incedere jazzy trova adeguato contrappunto in un cantato serico e in compassate note di pianoforte.
Sono proprio i passaggi al pianoforte a risultare in definitiva i più convincenti, o quanto meno quelli nei quali si riconosce maggiormente l’abituale personalità di Cat Power, che, in parte sovrastata dalla complessiva impostazione roots, emerge invece in primo piano nel soffuso ed intensissimo omaggio a Sandy Denny di “Who Knows Where The Time Goes”.

di Claudio Fabretti, Paolo Sforza

discografia:

Albums
1995 - Dear Sir (Plain Records)
1996 - Myra Lee (Smells Like Records)
1996 - What Would the Community Think? (Matador Records)
1998 - Moon Pix (Matador Records)
2000 - The Covers Record (Matador Records)
2003 - You Are Free (Matador Records)
2006 - The Greatest (Matador Records)
2008 - Jukebox (Matador Records)

EP
2008 - Dark End Of The Street (Matador Records)

Singles
1994 - Headlights
1996 - Nude as the News
2000 - Undercover
2002 - He War
2006 - Living Proof

martedì 9 giugno 2009

5.3 IL RITORNO DEL GATTO

"Il ritorno del gatto" ["Neko no Ongaeshi"] è il quindicesimo "anime" dello Studio Ghibli, diretto dal giovane Hiroyuki Morita sotto la supervisione di Hayao Miyazaki.
Il lungometraggio è una specie di "spin-off" (ovvero di storia parallela) del precedente "Sussurri del cuore", in quanto è tratto da "Neko no Danshaku, Baron" di Aoi Hiiragi, già autrice del manga da cui nacque l'"anime" di Yoshifumi Kondô e da cui sono stati tratti due dei personaggi de "Il ritorno del gatto": i gatti Muta e Baron (sopra nella foto insieme alla protagonista Haru), già presenti in "Sussurri del cuore".

La timida ed impacciata studentessa Haru rischia la vita per salvare un flessuoso gatto grigio che stava per essere investito da un camion. Grande è la sua sorpresa nel vedere l'animale alzarsi su due zampe e ringraziarla parlando con voce gentile! È solo l'inizio di una serie di avventure incredibili in cui la ragazza si troverà coinvolta: il gatto da lei salvato si rivela infatti essere il figlio del Re del Paese dei Gatti... e il sovrano sembra aver preso l'incontrovertibile decisione di dare Haru in sposa al suo felino figlio, come segno di riconoscenza. Non certo entusiasta di vedersi sposata ad un gatto (per quanto di sangue reale), Haru cerca l'aiuto del nobile Barone Humbert von Gikkingen, anch'egli felino nonché vecchia conoscenza dei fans dello Studio Ghibli...

Il ritorno del gatto (movie)
director: Hiroyuki Morita
project concept, executive producer: Hayao Miyazaki
year pr.: 2002
time: 75'-col.




trama from Webzine

lunedì 8 giugno 2009

5.2 POSSO SENTIRE IL MARE

"Posso sentire il mare" ["Umi ga Kikoeru"] è il primo ed al momento l'unico special televisivo realizzato dallo Studio Ghibli; diretto da Tomomi Mochizuki alla sua prima regia nello studio, ma già conosciuto per altri prodotti animati ("Maison Ikkoku", "Orange Road", "Ranma ½").
L'"anime" è una commedia scolastica tratta da un romanzo di Saeko Himuro.

Il protagonista, Taku Morisaki, è uno studente originario di Kochi trasferitosi a Tokyo per frequentare l'università. Egli, durante il volo di ritorno alla sua città natale per una rimpatriata scolastica, ripercorre mentalmente gli eventi dei suoi ultimi due anni di scuola superiore. Dalla memoria riaffiorano così i ricordi del suo amico Yutaka Matsuno, e del periodo in cui avvenne il trasferimento nel loro istituto della bella Rikako Muto. Entrambi i ragazzi non mancheranno di innamorarsi di lei; tuttavia Taku, in nome dell'amicizia, reprimerà inconsciamente i suoi veri sentimenti. Rikako ha un carattere chiuso ed arrogante, frutto del divorzio dei genitori e della difficoltà di dover seguire la madre abbandonando il suo ambiente in una metropoli come Tokyo, che la porta ad isolarsi dagli altri studenti, ritenuti dei campagnoli dal bizzarro dialetto. Farà quindi un tentativo per tornare a vivere col padre, coinvolgendo involontariamente anche Taku, col solo risultato di acquisire la consapevolezza che la sua vecchia vita le è ormai estranea.

Posso sentire il mare (special)
director: Tomomi Mochizuki
design: Yoshifumi Kondô
year pr.: 1993
time: 72'-col.